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La Fotografia: con altri occhi

Leggere una fotografia (parte 1)

Scritto da Andrea Aleardi 17 novembre, 2009commentaDa leggere in: 7:45 min.
Indice articolo
  1. Introduzione
  2. Approcci diversi
  3. La critica offende?

Questo primo articolo sarà solo un’introduzione e ad esso seguiranno entro breve altri articoli che tratteranno la lettura dell’immagine fotografica da un punto di vista pratico. Se fossimo interessati solo all’aspetto purista, potremmo consigliarvi alcuni ottimi testi, un paio di stampo universitario, mediante i quali potreste imparare moltissima terminologia e magari, con l’impegno che si richiede ad un trattato filosofico, riuscireste a leggere una fotografia. Questo approccio NON È  errato. Anzi. Limitiamoci a dire che il purista sta alla lettura della foto come un sommelier sta alla degustazione di un vino. Mi piace fare l’esempio seguente perché secondo me rispecchia in modo chiaro il tipo di problema che andremo ad affrontare.Bicchiere di Vino

Un bravo sommelier è una persona con una “cultura del vino”. Una persona che saprà elencarvi le caratteristiche di una precisa bottiglia, di una precisa annata, saprà con quali cibi si sposa e con quale bicchiere tale vino deve essere consumato. Vediamo un esempio copiato dal web :

Vino affascinante, note fresche sia al naso che in bocca nonostante i cinque anni d’età, molto complesso grazie anche alla totale botritizzazione delle uve, note floreali seguite da sentori di miele, un po’ di tannicità sottolineata anche dall’ottimo equilibrio zucchero-acidità.

Nessuno fra i presenti avrà qualcosa da eccepire a quanto detto poco sopra. Ma sia chiaro: io non sono un grande bevitore di vino, e la “lettura” che mi è stata fatta poco sopra non mi ha aiutato in alcun modo a chiarirmi le idee sul vino in questione. Questo perché? Perché il linguaggio utilizzato dal sommelier era per “addetti ai lavori”. Gli intenditori di vini fra di voi avranno  intuito subito il significato di “note fresche sia al naso che in bocca” ma questa immagine sfuggirà al restante 90% dei lettori di questo blog. Ed è proprio per questo motivo che AltraOttica è per approccio più “umano” alla lettura fotografica.  Filippo Crea, il critico della rivista Tutti Fotografi, ci piace anche per questo suo approccio. In un numero della rivista (Marzo 2009) dichiarava quanto segue:

Una volta ho scritto qualcosa di quei colti signori che scrivono di fotografia con un gergo specialissimo che neanche loro riescono a decodificare. Con grande danno per la fotografia. Stanotte mi sono imbattuto in “…l’insieme del suo lavoro annuncia un viatico che si allunga tra l’utopia possibile e la grazia dell’apocalisse… deriva dal sogno teurgico, qabbalico o chassidico di Mamoide (o della mistica ebraica…“.

Filippo Crea conclude dicendo che, dato quanto sopra, lui smetterà di usare termini come “pane e formaggio” o “fotografia spelacchiata”. Noi ci auguriamo l’esatto contrario, e anzi cercheremo di allinearci il più possibile al suo stile, perfetto per far comprendere a chiunque la nostra critica fotografica. Ciò detto ricordiamoci che il critico deve attingere, quando necessario, alle sue conoscenze in ogni campo, per giudicare in modo efficace un’immagine, e più queste conoscenze saranno vaste, e più la critica risulterà brillante ed adeguata; anche usando termini come “pane e formaggio”, se la situazione dovesse richiederlo.

A tal proposito vogliamo ricordare, chiudendo la parentesi sul linguaggio da adottare durante la critica, quanto scritto da Luigi Franco Malizia in un vecchio numero de “Il Fotoamatore” (il vecchio nome della rivista mensile degli abbonati FIAF, ora chiamato Foto IT):

Diciamo, allora, che una corretta, seria, perspicace critica fotografica debba, sì, e all’occorrenza, avvalersi di tutto quanto fa testo nel vastissimo panorama della conoscenza e del sapere.
Solo in questo caso, infatti, vengono a determinarsi le ideali condizioni per la lettura globale di un elaborato, che certamente non può prescindere da tutti gli importanti riferimenti di ordine socio-culturale e storico, preposti alla sua corretta valutazione.
Ma è anche vero che conoscenza e sapere trovano una giusta legittimazione solo se impegnate a centrare, come si suoi dire, il cuore del problema, che non è, appunto, la compiacente e immotivata enfatizzazione del “non significante”, e via di lì; costi quel che costi, anche la non riscossa, ambita, gratitudine della “controparte”.

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